Prima Esperienza in Bolivia

Come siamo arrivati in Bolivia?
Dovete sapere che il nostro Fondatore e Presidente quando va in giro per il mondo è
solito inviare agli amici il suo diario di viaggio.
Nelle pagine che seguono potete leggere alcune puntate di un percorso che lo ha portato dall’Argentina alla Bolivia nel 2012, viaggio che ha effettuato appositamente per
cercare di ottimizzare le risorse a disposizione di DONA UN SORRISO, che in quel tempo si stava ingrandendo.
Ci sembra una descrizione molto spontanea e coinvolgente, e ve la proponiamo per darvi la possibilità di capire come siamo approdati in quel lontano paese sudamericano.

5 – 7 maggio 2012

E così, sono ancora in viaggio, questa volta sarà – almeno secondo i piani – una viaggio abbastanza serio. Non è un pullman di lusso e la poltrona non si abbassa fino a diventare un letto, ma va bene ugualmente, e chi se ne frega. Seduto vicino a me c’è un giovane geologo, con cui ho già fatto qualche chiacchiera, un tipo interessante.

Sono venuti ad accompagnarmi alla partenza la Marinés e ovviamente il Champo, che per non far tardi ha dovuto rinunciare a dieci minuti di partita del River. Per lui si è trattato di un sacrificio enorme. Ho preso posto e lui continuava a salire sul pullman, darmi un bacio della despedida e scendere, lo ha fatto tre o quattro volte.
Adesso per un po’ di giorni sarò solo.

Ricordo che quando lavoravo i pochi viaggi che ho potuto fare erano tutti cronometrati, per massimizzare il poco tempo disponibile. Adesso invece (che culo!) non ho alcuna premura, per adesso vado a Jujuy, e là sarò a meno di metà strada. Da lì percorrerò la famosa quebrada de Humahuaca per raggiungere il confine con la Bolivia, poi si vedrà. A Godoy Cruz non ho niente di particolare d fare, per cui ho tutto il tempo che voglio. Quando ci penso, non mi sembra ancora vero.

Ci hanno già portato la cena e guardo fuori dal finestrino. La notte è grigia, del colore della cenere, perché c’è la luna che si sta alzando, molto luminosa. I cristalli del pullman sono enormi e si ha una buona visibilità. Io sono nel lato sinistro e siccome il pullman va verso nord vedo soprattutto alla mia sinistra le stelle che sono prossime al tramonto.
Fra queste domina Sirio, una stella bellissima fra le più vicine a noi. In realtà sono due stelle, ma noi ne vediamo solo una. Tempo fa, nel 1862, un certo americano che si chiamava Clark, costruttore di telescopi, ne costruì uno particolarmente potente. Lo puntò su Sirio e vide una macchia a lato della stella, così esclamò: “pig cow (porca vacca), c’è un difetto nella lente principale, devo fonderla di nuovo”. Si rese poi conto che non era per niente vero e che la lente andava benissimo (per l’epoca). Quello che aveva visto era una seconda stella, che gira attorno a Sirio. Difatti già qualcuno aveva ventilato l’idea che Sirio fosse un sistema binario, per via di una certa irregolarità nel suo spostarsi nello spazio. Perché dovete sapere che le stelle si spostano fra di loro in continuazione e, se sono in coppia, la forza gravitazionale che le attrae reciprocamente fa sì che il loro movimento sia un po’ ballerino.

Preso da questi pensieri e dopo aver fatto un’altra chiacchierata con il geologo (mi ha spiegato un po’ di cose su come sia la materia negli strati profondi della terra), mi è venuto sonno e mi sono messo a dormire. Mi sono svegliato verso le tre, ho preso una pastiglia di sonnifero e ho tirato fin dopo le otto. Così non mi sono svegliato né durante la sosta a La Rioja, né a Catamarca. Benissimo, ci hanno già portato la colazione e guardo fuori. Il paesaggio è molto diverso rispetto alla vegetazione quasi desertica dei dintorni di Mendoza. Qui è tutto verde, si vedono coltivazioni di canna da zucchero, mais, tabacco, e anche le montagne sullo sfondo sono piene di alberi.

Adesso abbiamo già superato Tucumán e stiamo andando verso Salta, è passato da poco mezzogiorno. Passo lunghi momenti sonnecchiando sulla mia poltrona, che è molto comoda. Le ore trascorrono dolcemente, con il lento rullio di questa enorme macchina a due piani che attraversa continuamente in lungo e in largo questo immenso paese. Mi hanno detto che questo pullman non è né nuovo né vecchio e avrà sette o otto anni. Facendo una media di mille chilometri al giorno – ma saranno anche di più – ha già percorso i suoi bravi due o tre milioni di chilometri.

“Los que van a Salta se quedan, los que siguen a Jujuy tienen que bajar y cambiar de máquina”. Non ce l’avevano detto prima, ma non è che cambi molto. La strada che va verso nord non passa da Salta, ma passa una ventina di chilometri a lato, per cui i pullman, arrivati a Güemez, devono decidersi se andare a Salta o andare verso nord. Il nostro pullman andava a Salta, per cui c’era da cambiare. A Güemez c’era già un altro pullman pronto che aspettava per proseguire, quindi ho preso posto. Non ho chiesto, ma questo avrà per lo meno quindici anni, e li dimostra. Sedili in cuoio comodi, ma messi male e rumori a non finire, insomma un pullman di merda. Comunque quell’ultimo tratto dura solo due ore e verso le quattro dovremmo arrivare.
Dopo vi dico da dove vi sto scrivendo, adesso continuo con il racconto.

Sullo schifoso pullman stavo pensando: e arrivato a Jujuy, che cosa faccio?
Ipotesi uno: mi faccio portare dal primo taxista che trovo, in un albergo di media categoria, mi riposo un po’, poi vado a piedi vicino alla chiesa di San Francisco e vado a cenare in un ristorante dov’ero stato almeno due o tre volte l’anno scorso con il Champo, al terzo piano di una casa, con un anziano e simpatico gerente, che mi riconoscerebbe senz’altro.
Ipotesi due: mi faccio portare dal primo taxista che trovo, alle Termas de Reyes e mi concedo un giorno o due di vita da gran signore, immergendomi nelle piscine di acqua termale.
Boh, vedrò quando arrivo – pensavo –, incominciamo a sentire quanto vuole un taxista per portarmi alle Termas de Reyes, che sono qualche chilometro fuori città.
Vedete? Uno fa un’ipotesi, poi un’altra, ma al momento buono gli salta in mente un’altra cosa ancora. Andiamo avanti.

Vado a chiedere a un taxista quanto voleva per portarmi alle terme. Mi guarda e mi dice: “son treinta chilómetros, puedo hacerle ochenta pesos”. Ottanta pesos sono tredici euro, molto poco per trenta chilometri. Tuttavia non ero convinto. “Vado là – mi dicevo – e poi? Nelle vasche sì e no che ci entro, sono in un posto di lusso assieme a grassi argentini o, peggio, americani o europei cui piace sbocconcellare gli agi della vita. Boh, non mi ci vedo più di tanto, rischio di trovarmi con un moto orchi-rotatorio di notevole portata a sbattere via dei soldi per niente”. Me ne sto qui in città buono buono e domani riparto per il nord.
Quand’ecco, mi cade l’occhio sullo sportello di una compagnia che faceva servizio nei paesotti attorno alla città. Fra le destinazioni c’era scritto ben visibilmente: Purmamarca partenza ore 17. “Cazzo – mi sono detto (scusate) – è fatta”. Mi vedevo servito in un piatto d’argento la soluzione ideale.
Compro il biglietto e vado in un piccolo bar semivuoto a scolarmi soddisfatto una Quilmes, la birra locale. Non mi interessa se ci credete o meno, ma non mi sentivo affatto stanco, ero anzi molto contento per la soluzione trovata.
Chi deve andare da Jujuy al Cile prende la strada che va verso nord, cioè l’inizio della quebrada de Humahuaca, poi ad un certo punto c’è un bivio e devia verso sinistra, verso le montagne, per raggiungere il lontano paso de Jama e scendere nel desierto de Atacama. Pochi chilometri dopo quel bivio, c’è Purmamarca, un paesino a fianco del cerro de los siete colores.
Un vecchio pullman locale mi ha quindi portato a Purmamarca.

Erano circa le sette di sera. Scendo e con il mio zaino in spalla chiedo in giro qualche informazione. Cerco un albergo, no, troppo lurido, penso a mia cognata Saveria, nota reginetta dell’igiene, e desisto. Ne cerco un altro, no, troppo caro. Continuo e trovo l’Hotel de Piedra. Per i miei gusti alche lui un po’ caruccio, ma mi faccio vedere la stanza e accetto. In fondo, se andavo alle Termas de Reyes pagavo molto ma molto di più, va bene qui. Scarico lo zaino e mi faccio un bagno principesco, che desideravo da molti giorni. A Godoy Cruz c’è solo la doccia e per me immergermi nell’acqua calda ha una funzione ristoratrice insostituibile.
Una volta messomi a nuovo, sono uscito e qui fuori all’angolo ho trovato un ristorantino. Ero l’unico cliente e mi sono fatto preparare un bife de llama con papas andinas. Fantastico, quando sono in un posto a me piace mangiare ciò che quel posto produce e là avevo trovato proprio ciò che faceva per me. La carne di lama era molto buona e ancora di più le papas andinas, che sono patate che crescono anche a grandi altezze. Sono piccoline, si mangiano in genere con la buccia e hanno diversi sapori. In genere nello stesso piatto si trovano quattro o cinque qualità diverse, rosse, verdastre, scure marroni, rotonde, lunghe e strette. Ciascuna con un diverso sapore, una cosa da provare. Il tutto innaffiato da un vino di Cafayate. Nell’etichetta c’era scritto che quelle viti erano coltivate a 1.800 metri sopra il livello del mare e la grande differenza di temperatura fra il giorno e la notte dava a quel vino una fragranza e un’intensità unica. In effetti era proprio buono. Fine della giornata.

Questa mattina (lunedì 7 maggio) è il compleanno di mio papà. Se fosse ancora vivo compirebbe 120 anni. Mi sono svegliato verso le sette e mezzo e stavo bene, non risentivo affatto delle 23 ore di pullman terminate ieri sera.
Dunque, dovete sapere che qui siamo a pochi chilometri a sud del tropico del Capricorno, quindi in un luogo caldo. Però siamo a 2.100 metri di altezza e quindi c’è un clima piuttosto freddo di notte e caldo di giorno, soprattutto sotto il sole. Detto questo, ho fatto colazione nell’albergo e poi sono andato a fare un giro a piedi fra quelle montagne colorate, di una bellezza veramente unica.
Vi pensavo e non so che cosa avrei pagato perché foste là con me a godere di quello spettacolo.
Il giro è durato un paio d’ore e francamente ho un po’ rimpianto di non avere con me le mie macchine fotografiche, quelle serie, con la pellicola.
Infatti per la prima volta le ho lasciate a casa in Italia ed ho portato solo la macchinetta del cazzo con cui faccio le foto che ogni tanto vi mando.  In effetti, non avevo previsto di venire da queste parti, né tanto meno di fermarmi a Purmamarca.

 

Questa foto è una truffa. Ne avevo fatta una uguale, poi ho preferito mandarvi questa, scaricata da internet. Devo però dire che la differenza rispetto a quella che avevo fatto io mi sembra proprio minima. Questo significa che nel digitale, anche foto fatte con attrezzature professionali, come in questo caso, non portano poi a risultati di chissà quale livello, almeno nei piccoli formati.

La giornata è stata tranquilla, come doveva essere. A parte la passeggiata di questa mattina, poi ho mangiato per pranzo un piatto di locro, una specie di minestrone, e ho girato un po’ per il paese. Ho guardato la posta, ho tenuto come al solito i miei contatti, ho letto ed ho scritto.
Adesso sono le sette e mezzo, mi faccio un altro bel bagno ed esco a cenare. Ho individuato un bel posticino dove alle 20,30 viene anche un gruppo a cantare e suonare le musiche della puna, dell’altipiano.
Quando torno, vi dirò com’è stata e spedirò anche questa quattordicesima puntata.
Tutto come previsto. Ho cenato con un capretto al forno che era uno spettacolo, congratulazioni alla capra che l’ha messo al mondo. In genere i capretti di queste montagne sono proprio speciali. Ci impiegano un bel po’ a crescere, perché devono andare a cercarsi da mangiare in posti molto scomodi, ma si cercano le erbe profumate che piacciono a loro e fanno proprio una bella vita, con il vantaggio non indifferente che non muoiono mai di malattia. C’erano due che cantavano, uno con la chitarra e uno con il charango, una specie di chitarrino a otto corde caratteristico delle culture quechua e aymara.

Adesso vado a dormire.
Mando a tutti voi un caro saluto,
Roberto

8 Maggio 2012

Ho ancora negli occhi i colori di Purmamarca.
Dalla fotografia che vi ho mandato non potete certo farvi un’idea di che cosa siano. Non pensate a colori intensi o ben definiti, per niente, sono invece colori tenui, pieni di sfumature.
Credo che si tratti di sedimentazioni che si sono stratificate a seguito di eruzioni vulcaniche, nel corso del tempo, e parliamo di milioni di anni. In altre parole, oggi un vulcano erutta enormi quantità di materiali con prevalenza di ferro, ed ecco un enorme strato rossastro. Domani lo stesso vulcano (o un altro) erutta materiale con prevalenza di rame, ed ecco uno strato verdastro. Poi arriva il cobalto ed ecco il colore azzurro, o lo zolfo col giallo e via dicendo. Ovviamente, ci sono poi tutte le eruzioni con i materiali mischiati, ed ecco tutte le sfumature. Passa il tempo e intanto, terremoto dopo terremoto, le faglie spingono e sollevano il tutto, che si contorce. Poi il vento e le piogge fanno il resto. Adesso in queste zone piove pochissimo, ma nei tempi andati, chissà.
Nella piazza di Purmamarca questa mattina, davanti alla chiesa c’era un tipo che suonava la zampogna andina. È uno strumento fatto di una fila doppia di canne (credo siano di totora), dalla più piccola alla più grande, che si suonano soffiando dentro dall’alto. L’uomo aveva una semplice base orchestrale registrata e suonava con una dolcezza incredibile, quasi ad imitare il vento che ad una certa ora del giorno soffia fra quelle montagne. La chiesa è la classica chiesetta andina, di una semplicità totale, con il tetto in legno di cardón, cactus. Lì dentro ho chiesto a Dio – di cui sentivo una presenza insolita – di starmi vicino in questo viaggio e in questo mio residuo scorcio di vita, e di stare vicino ai miei figli e a tutte le persone a cui voglio bene. E per non fare differenze, di stare vicino a tutti gli uomini che popolano questo pianeta e, perché no, anche a quanti popolano pianeti lontani. Finora ne hanno scoperti già più di 400 e riguardano solo le stelle più vicine a noi. Ma le stelle sono tante, sono cento miliardi solo nella nostra galassia, che è di dimensioni medie. Il numero delle galassie dell’universo noto è stimato attorno ai cento miliardi, per cui bisogna fare la moltiplicazione e salta fuori un uno seguito da 22 zeri, stella più stella meno. Come si può pensare che il nostro piccolo Sole  sia l’unico ad avere con sé un pianeta che ospita la vita? 

 

Questo è il pappagallo del sacrista della chiesa di Santa Rosa da Lima in Purmamarca. Comunque, io non mi sono fatto bombardare, perché mi sono mantenuto a debita distanza.

Mi sono poi seduto accanto all’uomo che suonava e ci sono stato per un po’, finché ha smesso e ci siamo messi a parlare. Di fronte, su un ramo di algarrobo, carrubo, c’era un variopinto pappagallo che gracidava ed elargiva abbondanti stronzi a quanti si avvicinavano per fotografarlo. Era il pappagallo del sacrista, che di giorno va a spasso per gli alberi che ci sono nella piazza della chiesa, così mi ha detto l’uomo. Poi è arrivato il pullman per Humahuaca. Un’ora e mezzo di viaggio, sempre in direzione nord. A Humahuaca ho cercato di telefonare ai miei figli, ma non è stato possibile. Quasi subito è arrivato un altro pullman, molto bello, diretto a La Quiaca. Ho preso posto al piano superiore e ovviamente mi sono messo a guardare fuori dall’ampio finestrino. Era la prima volta che facevo quel percorso in direzione nord. Altre volte l’avevo fatto, ma in senso inverso, di ritorno dalla Bolivia. Nel 2008, ricordo che arrivavamo da Potosí (Bolivia) e avevamo viaggiato tutta la notte. La Margherita, una giovane e cara compagna di viaggio, aveva vomitato tutto il tempo e io dormivo come un sasso. A Villazón, alle cinque del mattino – un freddo bestia –, abbiamo passato la frontiera con l’Argentina e abbiamo preso un pullman per Salta e la Margherita ha continuato a vomitare mentre io avevo ripreso a dormire. Che ridere, pareva il volcán Puyehue, nel pieno della sua attività eruttiva. La Margherita si è sposata, Alessandro si sposa fra qualche giorno e gli altri due, la Myriam e Elio, dopo un fidanzamento piuttosto movimentato e un po’ di tira e molla, si sono piantati definitivamente. Un saluto particolare a tutti e quattro.

Oppure, un’altra volta, nel 2006, eravamo un gruppo di quattro maschi e ci eravamo autodefiniti il gruppo dei quattro pirla. Abbiamo fatto un giro bellissimo fra Argentina, Cile e Bolivia. Eravamo scombinati da non credere, io ero ovviamente il più vecchio (e a detta degli altri anche il più pirla), poi c’era mio cognato Paolo, qualche anno più giovane di me, ma molto pirla anche lui, e poi c’erano due venticinquenni il Fabio e il Mazzu. Un quartetto da non dire, con loro mi sono sentito tornare indietro all’età dei miei vent’anni, bellissimo. Il Fabio è stato subito soprannominato il delgadito, per via della sua corporatura snella (Delgado = magro). Il Mazzu si chiama in realtà Alessandro Mazzucchelli, ma nessuno lo chiama mai con il suo nome così lungo, né tanto meno con il cognome. Pensate un po’ che io da giovane ero stato collega di suo nonno; com’è piccolo il mondo. Poi le vicende della vita hanno voluto che il Fabio conoscesse mia figlia Anna eccetera eccetera, ma questa è un’altra storia. Quella volta venivamo da Tupiza (Bolivia) e avevamo viaggiato tutto il mattino in treno per arrivare a Villazón. Io e il delgadito abbiamo passato tutto il tempo a mangiare charqui, cioè fette di carne di lama essiccata, durissima, che va masticata a lungo. Gli altri due avevano deciso che il charqui fa schifo e quindi niente. Poi, arrivati a La Quiaca avevamo proseguito per Salta direttamente, ma era un pullman sporco e rumoroso e noi eravamo piuttosto stanchi.

Tutto questo per dire che la quebrada de Humahuaca in pratica l’avevo percorsa senza mai godermela come merita.
Ha questo nome tutta la valle che inizia qualche chilometro a nord di Jujuy e finisce a La Quiaca. Sono circa 230 chilometri, il tutto definito “patrimonio dell’umanità” dall’UNESCO. Fino a Purmamarca non è niente di speciale, poi regala a chi la percorre dei paesaggi stupendi, erosioni, colori, un panorama che cambia continuamente.
Ad un certo punto costeggiavamo un cerro molto strano, da una parte era consistente, pietre e vegetazione, mentre dall’altra presentava una specie di “ghiaione di sabbia”, praticamente un mucchio di sabbia molto ripido, che ad occhio sarà stato di almeno trecento metri di altezza. Mi sarebbe proprio piaciuto fermarmi, salire quel monte dalla parte consistente e poi lasciarmi scivolare giù col culo fino alla base. Non fateci caso, sono residui infantili che tuttora albergano nella mia fragile psiche.

Poi, più a nord, dopo Tilcara, la valle si apre e diventa piana e molto ampia. Enormi praterie, dove è tuttora visibile a tratti la strada ferrata, ora in disuso, che congiungeva Buenos Aires con Tucumán, Salta e andava in Bolivia.
Il pullman silenziosamente attraversava quella grande pianura, che si estende sino al confine a più di 3.000 metri di altezza. Si vedevano qua e là mandrie di lama con il loro lungo pelo.

La Quiaca è un paesone di confine, niente di speciale, quindi mi sono attivato per passare la notte in un luogo più tranquillo. Sulla guida della Lonely Planet che mi ha regalato il mio amico Portioli, è indicata l’esistenza di un paesino da niente a 15 chilometri da La Quiaca, verso est. È descritto come molto tranquillo e fuori dal mondo. Così, sceso dal pullman, ho abbordato un taxista e gli ho chiesto di portarmi a Yavi.
Durante il viaggio mi ha dato qualche consiglio per destreggiarmi domani entrando in Bolivia. Dovete sapere che in fatto di infrastrutture, quel paese è tutto da ridere. A chi mi sta aspettando a Cochabamba ho detto una data approssimativa, non è serio fissare appuntamenti in quel paese. Vedremo.
Il taxista mi ha lasciato davanti al “miglior” albergo di Yavi (80 pesos per dormire, con colazione inclusa, circa 13 euro). È una casetta di fango, con un piccolo patio e quattro o cinque stanzette. Mia cognata Saveria avrebbe detto che lei in quel cesso non ci sarebbe entrata, ma per me non c’era problema e non credo che a La Quiaca avrei trovato molto di meglio.
Così vi scrivo da Yavi, un paesino di quattrocento persone, turismo prossimo allo zero, ed un silenzio totale. Mi sono fatto un giro in centro, nessuno per le stradine, c’è un posto di polizia e la chiesa. Non avrei mai pensato di trovare, in un luogo così isolato, una chiesetta tanto carina e ricca di ornamenti. La custode, una signora piuttosto in là con gli anni, mi ha spiegato la rava e la fava. Lei non sapeva come tirar sera e io neppure, così ci siamo messi a chiacchierare un bel po’. Mi ha parlato della storia di questo paese e di come tutto sia cambiato con l’arrivo degli spagnoli. La distruzione materiale e culturale fu così grande, che oggi nessuno sa da quale etnia fosse popolato questo paese cinquecento anni fa.
“Siamo tutti mischiati con gli spagnoli, abbiamo perso le nostre radici, la nostra cultura, la nostra religione, non sappiamo chi siamo”. Così mi ha dato modo di continuare per benino il discorso, sul quale dispongo di qualche nozione, e mi è sembrata contenta. Anch’io sono contento, qui, nel paesino più settentrionale dell’Argentina, a 3.400 metri d’altezza, ben a nord della linea del Capricorno, dove di giorno si va in giro in camicia e quando tramonta il sole si gela. Proprio così, con questo bel silenzio, in questo “albergo” che è poco più di una casa di fango. Bellissimo.

Il sole adesso è appena tramontato. Già prima di mettermi a scrivere mi ero coperto bene, ma adesso mi metto anche la giacca a vento. Ecco fatto, così va meglio. È da questa mattina che sto masticando foglie di coca (qui sono legali). Aiutano la respirazione e fanno bene alla circolazione. Adesso sono stufo di scrivere e mi metto a leggere.
Dovete sapere che non ho toccato cibo in tutto il giorno, probabilmente è un effetto delle foglie di coca, che tolgono l’appetito. Se salto un pasto non è proprio niente di male. Questa sera la signora mi ha chiesto che cosa volevo per cena e così mi sono fatto preparare una zuppa di verdura, che ho mangiato con vero gusto. Poi una scodella di insalata e un bicchiere d’acqua. Sono quindi uscito a guardare le stelle. Venere ormai era tramontato, però c’erano a guardarmi Marte e Saturno. Non c’era un pezzo di cielo senza stelle. Capirete, a questa altezza e senza luci moleste è proprio un punto di osservazione ideale. Peccato che faceva un freddo becco e quindi sono in fretta entrato nella mia stanzetta e mi sono messo nel letto vestito, con giacca a vento e tutto. La signora ha detto che ci sono tre gradi e mi ha dato una stufetta elettrica, che mi pare faccia ben poco.
Comunque, se ho freddo, mi copro anche con le coperte del letto che c’è qui a fianco. Sono le nove e non ho per niente sonno, spero di sopravvivere.

Sì, sono sopravvissuto, anche se devo dire di aver dormito ben poco. So che l’altezza disturba il sonno, 3.400 metri non sono tantissimi, ma penso sia stato quello.
L’idea è quella di passare il confine e di arrivare a Tarija. Se ricevete questo messaggio, vuol dire che sarò arrivato bene e che starò comodamente seduto in un albergo con WIFI.

La signora mi ha chiamato dicendomi che il caffè è pronto. Così spengo, bevo il caffè e vado.
Un abbraccio caro a tutti,
Roberto

9 Maggio 2012

Albeggiava appena, e mi metto sulla strada principale di Yavi con il mio zaino ad aspettare che passi un colectivo, come mi avevano detto. Dopo due minuti si ferma una macchina ed il ragazzo che la conduceva mi accompagna volentieri alla frontiera di La Quiaca. 

E’ un vecchio cartello nei pressi della frontiera, ormai un po’ sbiadito, che aiuta a capire le dimensioni dell'Argentina. Chi vuole andare ad Ushuaia deve percorrere 5.121 chilometri. Qui siamo all'estremo nord e Ushuaia, in Terra del Fuoco, è la città  più meridionale dell’Argentina  e del mondo intero.

Nessun problema, passo in Bolivia, compro un po’ di bolivianos (la moneta locale) e vado alla stazione dei pullman. Un casino e una sporcizia che non vi racconto. Se ci fosse stata mia cognata Saveria, eccetera eccetera. Compro il biglietto per Tarija e aspetto le nove. Il pullman non compare. Sono le dieci meno venti e chiedo che cos’è successo.

“No, caballero, usted tiene hora Argentina, acá son las nueve menos veinte”. Proprio non è logico che ci sia un’ora di differenza, perché i due paesi sono allineati uno a nord dell’altro.
Arriva il pullman. È un vecchio Nissan e chiedo all’autista quanti anni può avere. Mi dice che il motore è abbastanza nuovo, del 1998 (!), ma lo chassis è molto più vecchio. Molto bene. È anche un po’ smarmittato e fa un fumo e rumore della gran bestia, ma i sedili dentro sono decenti e ci sono diversi posti liberi.
“¿Cuantos chilómetros hay hasta Tarija?”
“Como ciento y noventa”.

Qualche cosa non mi quadra. Sei ore per fare centonovanta chilometri, significa andare a trenta all’ora, boh, sarà. Si incomincia ad andare, strada asfaltata, benissimo. Dopo dieci minuti la strada si fa di pietre con terra battuta e si incomincia a traballare. Con tutti quei sobbalzi sembrava di essere all’interno di uno shaker, sballottati fra buche e tornanti, ma il bello doveva ancora avvenire.
Dopo una salita di qualche chilometro, si apre sotto di noi (molto, molto sotto di noi …) una valle molto profonda. Ma non la si vede in lontananza, la si vede giusto sotto, perché la costa del monte che stavamo percorrendo era quasi verticale, una cosa mai vista. Il mio posto era vicino al finestrino e su certe curve non si vedeva che lo strapiombo, sembrava di essere in aeroplano. A occhio saranno stati sette/ottocento metri. Di protezioni o guard rail non se ne parla. L’autista guidava disinvoltamente e sembrava che sapesse il fatto suo, ma l’impressione che facevano quei continui strapiombi era veramente grande. Ogni tanto guardavo giù e mi si gelava il sangue, meno male che non c’è qui il Champo, pensavo. Sì, non c’è il Champo ma ci sono io a farmela sotto. Vi dirò che non è mancato molto (che me la facessi nei calzoni), anche perché non ero preparato a questo problema, non me l’aspettavo.
Come serio conforto psicologico ai viaggiatori, l’altoparlante continuava a suonare canzoni boliviane tremende. La musica era costituita da prevedibili cantilene, e le parole erano a base di amori perduti, di tradimenti, di dolori incolmabili e di destini tristissimi che vedono come unica soluzione il suicidio. Molto bene.

Altro conforto psicologico erano delle croci di legno o di pietra che bordeggiavano qua e là la strada, con elencati dei nomi e adornate con fiori di plastica, nonché in fondo ai burroni, piccole piccole, delle carcasse di veicoli vari: auto, camion, pulmini.
“Se qui si buca una ruota anteriore esterna o si rompe uno snodo dello sterzo – pensavo – rotoliamo giù e buonanotte a tutti”.

Passati i primi minuti di vera paura, mi sono messo tranquillo e ho incominciato a pensare.
Dunque, i casi sono due.
Prima ipotesi, arrivo sano e salvo, tutto bene e quindi il discorso dei burroni rimane un ricordo.
Seconda ipotesi, si buca la gomma, cede la strada, succede qualche cosa per cui rotoliamo nel buco. Ohibò, in questo caso si muore, non c’è altra scelta. Ma si morirebbe con ogni probabilità anche se il burrone fosse la decima o ventesima parte di quello che si vede qui, quindi chi se ne frega se il burrone è alto, è la stessa cosa. Eppure la paura c’è, e non sarebbe tanta se il burrone fosse meno profondo.
Così, mi concentro un po’ in questi pensieri e i minuti passano, anche se non certo velocemente, lasciando libera la mente di girovagare.
Magari è giunta la mia ora – pensavo –, ma tant’è, doveva pur arrivare il momento. Se anche non muoio adesso, morirò fra non molto tempo, magari dopo una malattia lunga, oppure a seguito della malattia più lunga che ci sia, cioè la vecchiaia. Tutti pensano e sperano di vivere in salute molto a lungo e poi di andarsene senza soffrire. Bella forza, ma è così solo per qualcuno. No, piuttosto che morire dopo una lunga malattia, condizionando la famiglia, meglio che si buchi la gomma adesso. In fondo, sto facendo un viaggio lungo e pieno di imprevisti, ma lo faccio per uno scopo che non mi sembra poi male, cioè individuare un contesto di gente che non ha niente, ma proprio niente, per nutrire sé e i propri bambini. Vuoi per la natura ostile, vuoi per l’egoismo di chi vuole avere troppo, se non ce n’è, non ce n’è, e quei bambini hanno fame. No, Roberto, qui ti sbagli, sei un ipocrita, vuoi dare una pennellata di nobiltà d’animo alla tua voglia di viaggiare e di stare con gente sempre diversa, di occuparti di cose che ti tengono giovane. Per cui sei due volte un egoista, la prima perché fai quello che ti piace, la seconda perché vuoi convincere te stesso che tutto questo è a fin di bene. Guarda, speriamo che il pullman vada giù davvero, così non devo pensare più a queste cose. Ma sei scemo? Ma non pensi ai tuoi figli, a tutte le persone, e sono tante, che ti aspettano e che ti vogliono bene? Ma sì che ci penso, ma se vado a terminare qui i miei giorni, lascio un buon ricordo, spero. Se muoio a cent’anni nessuno più si ricorda di me.

Quanto viaggia la mente in certi momenti!
Ed è una cosa stupida, perché comunque ogni minuto della nostra vita può essere l’ultimo, e non necessariamente sulle strade della Bolivia, quindi, perché farsi dei problemi?
In altre occasioni ho scritto che ogni viaggio è un po’ come un viaggio all’interno di noi stessi, che sempre porta momenti di pensiero privilegiato.
Ero là, su quel vecchio pullman, in balia di un autista che non conoscevo e di un vecchio mezzo meccanico di cui non mi era nota la solidità. Mi sentivo, di fronte a me stesso, povero e tremante.
Ma quale condizione umana, dico io, è più favorevole a riflessioni sul senso della vita e della morte se non quella di sentirsi in pericolo? Chi sta bene e non gli manca niente può scrivere dotti libri di tipo filosofico o religioso e disquisire a tutta manetta, bravo.
Chi si sta letteralmente cagando addosso, può pensare cose improvvisate e forse un po’ strane, ma per lo meno sono cose autentiche, che scaturiscono dal fondo dell’anima. Già, la morte.

Nel nostro sentire comune è una cosa brutta, dolorosa, se ne evita il pensiero, lo si rimuove. Il nostro pensiero occidentale non affronta mai con serietà questo tema. Ho assistito ad incontri in cui si parlava di questo, ma qualcuno la buttava sul religioso e parlava della vita eterna e della resurrezione di Gesù Cristo, altri si toccavano le palle, magari senza farsi troppo vedere. In sostanza, è un discorso che noi non sappiamo né vogliamo affrontare.
Vediamo la morte come sinonimo di dolore, ma non è così, sono due concetti diversi.
Il dolore può essere provato per una morte, certamente, ma anche per mille altri motivi.
La morte può arrivare certamente con il suo carico di dolore, ma anche con la poesia, con la dolcezza o con l’armonia che solo l’incognito o il mistero sanno dare.
E l’incognito, e il mistero, che tanto hanno dominato la mentalità collettiva del medio evo, continuano a dominare anche strati profondi del nostro percepire odierno, che lo si voglia o no, e più lo si sfugge e più c’è, e fa parte di noi.

Quiero estar en la muerte con los pobres
que no tuvieron tiempo de estudiarla
mientras los apaleaban
los que tienen el mundo
dividido y arreglado .
(Pablo Neruda)

È molto importante, secondo me – e ad ogni età –, pensare e sapere che tutto questo finirà e che la nostra dovrà essere una storia bella, o per lo meno tentarci. La vecchiaia è bella se la si vive per quello che è, cioè se ci si ritira dalla vita attiva, lasciando le responsabilità a chi è più giovane.
Invece noi possiamo vedere senza fatica dei vecchietti che non stanno quasi più in piedi, che ogni settimana vanno in banca a vedere come vanno i loro soldi e come si può fare per farli crescere ancora. Che pena fanno! Non hanno capito che la morte è ormai lì lì che sta per pigliarli. Eppure è difficile che quando uno è vecchio pensi a cose diverse rispetto a quelle a cui ha continuato a pensare in vita.
Ad una certa età è meglio mettersi a pensare seriamente alla propria storia ed affrontare serenamente e nobilmente il tema della fine imminente, cioè la morte.

 

Questa foto è stata tratta da internet, lo confesso. In quel viaggio, dopo mezz’ora i vetri del pullman erano tanto impolverati da non permettere di fotografare. Se avessi aperto il finestrino, una nuvola di polvere sarebbe entrata a soffocarci tutti.

 Pensate a certi vecchi, per esempio il papa (Benedetto XVI ndr.). Com’è pensabile che dica delle cose nuove rispetto a quelle che ha sempre detto? Quanto bisogno ci sarebbe invece di argomenti nuovi, di esempi ed atteggiamenti nuovi, per dare un nuovo impulso alla Chiesa che sta navigando in tutto il mondo in pessime acque, perdendo pezzi di credibilità ad ogni angolo! No, eppure tutto funziona sostanzialmente come cinquant’anni fa. Il mondo è cambiato, ma loro (i vecchi) non se ne sono accorti e tirano dritti. La chiamano saggezza, sarà … ma secondo me, se anche loro facessero il percorso Villazón – Tarija in torpedone e pensassero un po’ alla loro imminente morte, anziché continuare a comandare, sarebbe molto meglio per tutti. Ricordate il proverbio indiano che ho citato e commentato nella quarta puntata? Afferma che in una certa fase della vita occorre andare nel bosco a far silenzio e meditare su quanto è successo.

Avrete capito che quelle cinque o sei ore di viaggio mi hanno aiutato un sacco a riflettere. Qui sopra vi ho riportato così, a braccio, alcuni dei miei pensieri, ma ne ho “slatentizzati” (neologismo orribile, ma di tanto in tanto lo uso perché mi sembra efficace) molti altri.
Come il concetto di sicurezza, tanto caro a noi occidentali e praticamente assente in altri contesti. Ma sicurezza dove, sicurezza di che cosa? Eppure vogliamo sentirci sicuri, certo, non sia mai. La possibilità che ci sia qualche imprevisto ci sconvolge e siamo sempre attaccati al nostro telefonino per tenere tutto sotto controllo. Tutte le nostre giornate nell’ansia, dominati dalla paura che ci sia qualche cosa che va storto. Ma è vita?
È semplicemente una sciocchezza enorme, tanto poi le cose storte arrivano ugualmente,  e arrivano quando vogliono loro, e quando uno meno se l’aspetta si trova a dover affrontare situazioni che mai avrebbe immaginato.
No, ragazzi, tutti sul pullman che va da Villazón a Tarija, tutti a meditare!
Vedrete poi come tutto andrà meglio!

Adesso vi racconto invece un po’ di cronaca.
Sul finire del viaggio, il pullman si ferma e la gente scende un attimo, ci sono parvenze di vita. Alcune donne salgono a vendere empanadas, bibite, frittelle, gelatina di frutta, eccetera. Io non scendo e mi godo lo spettacolo. C’é un bimbetto accovacciato per terra di fianco al pullman, accanto ad un cesto con delle arance e qualche banana. Gli ho fatto segno ed è scattato subito verso di me con le due arance che gli avevo chiesto. Gli do il biglietto più piccolo che avevo, dieci bolivianos (poco più di un euro: 1,17).
“No tengo vuelto (resto). Il faccino si fa triste e il bimbo fa per restituirmi il biglietto.
“No, va a buscar el vuelto!”, gli dico. Ed il ragazzino sparisce dentro una specie di negozietto. Il pullman suona il clacson e lentamente si muove. “E chi lo vedrà più adesso? – mi dicevo”. Lo pensavo ben nascosto nel negozietto aspettando che il pullman se ne fosse andato per tenersi il denaro. Invece no, rincorre il pullman con il biglietto in mano per restituirmelo, nessuno gliel’aveva cambiato e non poteva darmi gli otto bolivianos di resto, la compravendita non si poteva fare.
Con un sorriso gli ho detto: “está bien así, niño, quédate con el vuelto”.
Ormai il pullman aveva alzato un gran polverone, ma dietro a quel polverone c’era un bambino che sorrideva contento, non lo potevo vedere più, ma c’era.
I miei compagni di pullman, una signora seduta dietro a me ed un uomo nel sedile anteriore, che avevano visto il tutto, si sono messi a ridere anche loro e mi hanno detto: “Con queste due arance, il bambino ha avuto un vero colpo di fortuna, ha guadagnato più di tutto quanto può guadagnare in un giorno intero”.

Avrei tante altre cose da raccontarvi, ma preferisco lasciarvi con l’immagine di un bambino dietro ad una nuvola di fumo e polvere. Nessuno lo vede più, ma lui sta sorridendo contento per un euro insperato.
Un caro abbraccio a tutti voi,
Roberto

10 – 13 Maggio 2012

Dopo il lungo viaggio in pullman verso il nord, Purmamarca, La Quiaca, Yavi, Villazón poi il tragitto fin qui con i relativi spaventi, un po’ tutte queste cose mi hanno consigliato di rimanere un po’ tranquillo. Sono arrivato mercoledì 9 maggio e adesso è sabato 12. Arrivando, ho salutato l’autista ringraziandolo e complimentandomi con lui per la sua bravura e poi mi sono fiondato in un taxi. Dopo due o tre alberghi visitati, sono finito in questo, dove mi trovo molto bene, fin troppo. La Bolivia è un paese in cui i prezzi sono ridicolmente bassi. Quindi, mi son detto: sono stanco e mi cerco un albergo buono, che abbia soprattutto WIFI. Se c’è il cesso in comune fa niente, purché abbia WIFI. Pensate che fortuna, qui c’è WIFI ed anche il cesso in stanza.

Subito mi sono attivato per programmare il viaggio al nord, a Cochabamba.
“Cochabamba? El viaje demora 20 oras, son 100 bolivianos, hay solo coche semi-cama, pero lo piense bien, porqué en el país hay muchos bloqueos.”
Incominciamo bene. 20 ore di pullman sulle strade di questo paese, con la prospettiva di venir bloccati magari per ore e chissà dove dai manifestanti, che in questo periodo imperversano. La cosa non mi convinceva per niente.
I miei interlocutori di Cochabamba mi aspettano non prima di domenica sera, perché ormai si avvicina il fine settimana e quindi le attività sono tutte ferme.
Il fatto di restare per tre giorni in questa città non mi sconvolge affatto, c’è un clima perfetto, la città è carina, un po’ mi ricorda Sucre, che è una delle città più belle che io abbia mai visto.
Per quanto riguarda il viaggio a Cochabamba, mi sono ricordato che nel 2008 avevo fatto un paio di voli interni in questo paese, ad un prezzo molto basso e mi sono quindi fiondato in un’agenzia della TAM, Transporte Aéreo Militar e sono uscito con un biglietto per Cochabamba a 400 bolivianos. In pratica, con 300 bolivianos di differenza (poco più di 30 euro) mi faccio quel percorso in 45 minuti anziché in 20 ore. Ciò che mi ha spinto a questa decisione è stata soprattutto la prospettiva dei bloqueos. A quanto pare, qui sono frequenti, una specie di sport nazionale. Ricordo che già nel 2008 ne avevamo schivato uno quasi per miracolo, solo perché avevamo avuto una soffiata, e siamo partiti da Sucre in taxi alle cinque di mattino.
Non è che l’idea di viaggiare su un aereo militare mi vada molto a fagiolo, ma i militari boliviani nella storia l’hanno sempre preso in quel posto e per mantenersi devono fare anche attività di questo tipo, cioè portare in giro passeggeri con i loro aerei. Questa cosa me li rende più digeribili. Speriamo in bene.

Adesso è domenica mattina e riprendo il mio diario.
Qui siamo nel sud del paese e tutto il fascino e colore boliviano qui appare piuttosto sbiadito. Questa città è comunque carina, ordinata e abbastanza pulita. È a 1.700 metri di altezza e il clima è gradevole. Sono stato diverse volte al Mercado Central a curiosare un po’ e un paio di volte mi sono anche fermato a mangiare qualche cosa e a bere dei succhi di verdura (carote o altre verdure che non avevo mai visto). La Saveria me lo avrebbe decisamente sconsigliato, e nemmeno io l’avrei consigliato, per motivi igienici, a miei eventuali compagni di viaggio, ma io l’ho fatto ugualmente, perché dispongo di un vaccino “a vita” impartitomi dalla sorte quando ancora non camminavo e andavo a gattoni per il cortile della cascina in cui eravamo sfollati durante la guerra. Io non mi ricordo, ma mio zio Giovanni, a cui volevo molto bene, mi diceva che mettevo in bocca di tutto, compresi gli stronzi delle galline della nonna. Dispongo da allora di un robusto sistema immunitario.

Fra poco scendo e vado all’aeroporto, vi dirò.
Vi scrivo dall’aeroporto di Tarija, dove l’ometto che riscuote le tasse aeroportuali mi ha appena detto che il vuelo dell’aereo militare per Cochabamba è stato cancellato. I militari hanno cambiato idea. È la una e mezzo e mi ha detto che “forse” verso le due e mezzo dovrebbe arrivare qualcuno a dire qualche cosa.
Ecco, infatti sono passate le due e mezzo da un bel po’ e non si vede nessuno. Vuol proprio dire che i militari hanno deciso di non voler avere nulla a che fare con uno come me e questa cosa mi fa un certo piacere.
Si apre lo sportello di un’altra compagnia. Il tipo, molto gentile, mi dice che secondo lui, se voglio essere a Cochabamba prima di sera, devo provare a vedere se c’è un posto nel volo della BOA delle 17,30.
OK, mi è andata bene, ho in tasca il nuovo biglietto per il volo con la BOA, una compagnia che nemmeno sapevo che esistesse. Vedrò di farmi rimborsare il biglietto dei militari al mio arrivo a Cochabamba, mi hanno detto che dovrebbero farlo, non si tratta comunque di un grosso importo.

Sono arrivato finalmente a Cochabamba, la cosa è stata un po’ sofferta, ma è andata.
Sono venuti a ricevermi all’aeroporto Manuel Barrientos, l’autista, sua moglie e la sua bambina, mi hanno accompagnato in un albergo dignitoso con cesso in stanza e WIFI. Per dormire una notte mi hanno pelato 80 bolivianos (meno di dieci euro) e non ho nemmeno chiesto se c’è la colazione inclusa nel prezzo, ma la cosa non mi interessa, perché domani mattina vengono a prendermi alle 5,30.
Manuel è il responsabile delle attività che un organismo boliviano che si chiama VOSERDEM sta portando avanti presso alcune comunità di quechua molto isolate nelle montagne.
Il nostro giro durerà tre o quattro giorni, per cui penso che sarà molto difficile che riceviate qualche mio aggiornamento prima di venerdì. Mi ha detto Manuel che in un certo posto nel percorso c’è un centro internet che in genere funziona, ma ci credo poco.
Come statura, Manuel è nella media locale, cioè un piccoletto. Mi ha portato a mangiare qualche cosa e mi è sembrato un tipo molto interessante e piuttosto colto. Abbiamo incominciato a parlare delle culture dei primitivi e non la finivamo più. Adesso mi metto a dormire e domani incomincia l’avventura, quella vera.
Un caro saluto a tutti,
Roberto

14 – 15 Maggio 2012

Vi sto scrivendo seduto in qualche modo davanti ad un tavolo su cui c’è un po’ di tutto. Comunque qualche cosa vi voglio dire ugualmente, così, a caldo.
Questa mattina (lunedì) sono venuti a prendermi al mio fantastico albergo da 80 bolivianos a notte e siamo partiti per Sacaca.
Da Cochabamba abbiamo percorso un centinaio di chilometri in direzione di Oruro, un’altra città boliviana. Cochabamba è a 2.600 metri circa e la strada era tutta curve e saliscendi, anzi più sali che scendi, perché siamo arrivati a 4.300 e passa metri di altezza. Poi abbiamo deviato a sinistra in un percorso di terra battuta e pietrame per altri ottanta chilometri, sempre in quota.

I paesaggi erano splendidi, molto ampi, a volte le montagne erano spoglie e presentavano i colori dei minerali che le componevano, a volte invece erano di un colore grigio-verdastro, per la vegetazione che le ricopriva, non certo lussureggiante: arbusti che da noi non ci sono, qualche conifera e se si attraversava qualche piccolo insediamento umano non mancavano gli eucaliptus. Mai avrei pensato di trovare degli eucaliptus a queste altezze. Ma qui siamo ai tropici e il clima è tutto particolare. Siamo in pieno autunno e il sole di giorno produce un effetto strano: picchia forte, brucia, ma scalda poco. Di notte invece, subito dopo il tramonto, si gela. Io sono qui con una maglietta, una giacca termica sottile, una camicia, due maglioni di lana e un gilè di pile pesante. Sono a 3.700 metri, nella stanza di Manuel Barrientos, che mi ospita per queste tre notti. È una casetta strana, c’è un cortiletto con dell’avena stesa a seccare, un bagnetto comune in cortile, un piccolo lavatoio. Sacaca è un paese di 3.000 abitanti, molto sparsi. Di che cosa vive questa gente? Qui la natura è molto avara, la terra è magra e le piogge si concentrano nei mesi estivi, da novembre a gennaio o febbraio quando va bene. Coltivano patate, segale, fave e poco più. Allevano pecore, capre e qualche bovino, ma vi assicuro che è dura, molto dura. Gli animali impiegano molto tempo a crescere e occorre pascolarli, anche la terra è dura, soprattutto nella stagione secca, cioè adesso. Quando non c’è alcun lavoro da fare, perché tutto diventa desertico per via della siccità, alcuni vanno ad Oruro o Cochabamba a cercare qualche piccolo lavoro. Poi, quando arrivano le piogge, tutto diventa verde.
Questi luoghi, tanto inospitali e tanto isolati, storicamente erano disabitati. E chi mai viene quassù a vivere, quando c’è la grande vallata di Cochabamba non poi così distante? Pare che quando vi fu l’invasione degli spagnoli, che cercavano uomini da ridurre in schiavitù per la miniera d’argento di Potosí, una parte della gente fuggì a quegli orrori e si nascose appunto a queste altezze, sparpagliandosi il più possibile per scoraggiare le retate degli spagnoli. In questo modo si abituarono a vivere in queste zone.
Adesso vado a letto e cerco di dormire.

Riprendo il mio diario dopo cinque giorni, perché l’accumularsi degli impegni, delle emozioni e della stanchezza non me ne ha dato il tempo e la concentrazione necessaria. Ora sono tornato a Tarija in aereo, sono nel mio bell’albergo e sono più tranquillo, così dedico un po’ di tempo al mio diario.

Martedì 15 maggio

Verso le otto eravamo tutti e cinque qui attorno al tavolino della stanza di Manuel a fare un po’ di colazione. Cinque? Sì, eravamo Manuel, io, Roker che faceva da autista, ed una coppia di giovani sposi olandesi, Hanna e Jochem,  che fanno un anno di volontariato presso un altro organismo di Cochabamba. Lui è ingegnere e lei fa un lavoro con le donne e non ho ben capito cosa, anche perché sono qui solo da due mesi e hanno ancora grosse difficoltà con lo spagnolo.
Adesso cerco di spiegarvi un po’ dov’è Sacaca.
È nella parte meridionale della Bolivia, che è la parte montuosa. Esattamente nella cordillera oriental. Scendendo dall’Ecuador e Perù, la cordigliera si divide in due tronconi e si ricongiunge poi molto più a sud. In mezzo a questi due tronconi c’è un vastissimo altopiano, che contiene anche il famoso salar de Uyuni. Arrivando a Cochabamba in aereo dal sud (Tarija), non si vede un metro di pianura, solamente montagne. Per lo più sono molto accidentate e si vedono picchi e burroni a tutto spiano. Ogni tanto si vede qualche zona un po’ più pianeggiante, sempre in quota, e si intravedono dei rettangoli più verdi, dovuti a qualche coltivazione, e qualche gruppo di casette.

Dopo Haiti, la Bolivia è il paese più povero del continente, e questa zona è a sua volta la più povera della Bolivia.
Non dovete tuttavia pensare alla miseria orrenda e vergognosa descritta in molti documentari sull’India o sull’Africa. È una miseria incredibilmente dignitosa. La gente – quasi tutti gli adulti sono analfabeti – è molto operosa e trae dalla terra quanto può per sopravvivere. Non ci sono vecchi, la mortalità media è attorno ai 48 anni. Sembrano vecchi, bruciati dal sole e dalle fatiche, ma in realtà non lo sono. Le donne girano tutte con delle ampie gonne colorate, scialli scuri attorno alle spalle e la caratteristica bombetta in testa. Sia le donne che gli uomini sono di statura bassa, ma con un ampio torace, che consente di sopportare fatiche incredibili nonostante la scarsità di ossigeno dovuta all’altezza.
Siamo davvero in un altro mondo.

Qualche decennio fa, sono arrivati a Sacaca dei missionari, credo spagnoli, per cristianizzare queste popolazioni. Benissimo. Parlano con la gente e la convincono a costruire una chiesa. OK, partono dal campanile. Incominciano a costruirlo con pietre, ma a metà altezza cade tutto. Si ricomincia. A metà altezza cade ancora tutto. Ohibò, qui c’è qualche spirito che ci è ostile e dobbiamo fare un sacrificio per riappacificarci con lui.
Il sacrificio più importante è seppellire viva una femmina bianca di lama che non abbia mai partorito. Poi, il massimo davvero del sacrificio è il sacrificio umano, cioè seppellire vivo un uomo. E che cos’hanno fatto quei simpaticoni?
Hanno fatto due grandi buchi, in uno hanno buttato dentro la femmina bianca di lama e nell’altro hanno buttato dentro un uomo ed hanno ricoperto il tutto di terra con tanti saluti. Pare che si sia trattato di un ubriacone molto dedito alla chicha, l’alcool locale, e che prima di sacrificarlo lo abbiano fatto ubriacare più del solito, in modo da rendergli più allegro il trapasso. Il tutto ovviamente nell’ambito di lunghe cerimonie. Poi si sono rimessi a costruire il campanile e questa volta è rimasto in piedi ed è tuttora ben solido. Nel campanile ci sono due nicchie, e una volta all’anno la gente va a posarvi dei sassolini colorati innaffiando la base del campanile con buone quantità di sangue, tant’è che si vedono sempre delle chiazze scure sulle pietre circostanti.
Ufficialmente sono tutti cristiani, ora ci sono due missionari spagnoli che fanno tutta un’opera di evangelizzazione, e la gente appena può va alla messa, ma si tratta di una fede sincretica, in cui mischiano allegramente Gesù Cristo e la Madonna con le loro divinità ancestrali. Sembra comunque che i due giovani missionari spagnoli siano bravi e molto rispettosi, meno male.

Oggi siamo stati a Cachuma e a Jank’oyu, due piccoli insediamenti a qualche chilometro da Sacaca. In ambedue questi posti, c’è una piccola scuola statale, in cui i bambini possono seguire la primaria e per i più portati allo studio ci sono anche da qualche tempo dei corsi serali di secondaria. A lato delle scuole, VOSERDEM ha costruito per i bambini il comedor, cioè la mensa.
Anzi, no, ha solo fornito il legname, un po’ di cemento e le lamiere di zinco per il tetto, portando questo materiale fino ad un certo punto del percorso e piantandolo lì quando la strada si fa impossibile da percorrere con un camion. La gente, con i loro asini o a spalla, ha portato il materiale al villaggio, ha riunito le pietre, le ha spaccate ed ha realizzato la costruzione. La collaborazione della gente è impressionante. Per il mantenimento del comedor, i genitori ci mettono le patate e parte della carne, mentre VOSERDEM porta alcuni cereali e verdure, cibi che non possono essere coltivati a quell’altezza, ma tanto necessario per la crescita dei bambini.

Vedete, occuparsi del cibo per quei bambini non è solamente un gesto di carità benevola nei confronti di una situazione di bisogno. E nemmeno un modo per veicolare una cultura, la nostra, che abitualmente riteniamo la migliore. È un modo per veicolare un oggettivo miglioramento della vita di quella gente, dando loro degli strumenti per incoraggiarli a rimanere nelle loro terre in un momento molto delicato. Infatti, la grande tentazione dei giovani è scendere verso le città, cioè a Cochabamba o Oruro. Ma che succede in questo caso? Si collocano nei quartieri più miserabili e degradati della città, alla mercé dello sfruttamento, violenze e abusi di ogni tipo, perdendo ogni dignità e la loro consistenza culturale. No, meglio che rimangano lassù, a perpetuare il loro sapere e il loro profondo senso della vita.
Jochem, l’ingegnere olandese, si fermava a raccogliere campioni di terra qua e là. L’idea è costruire dei vivai, in cui coltivare le verdure che oggi sono fornite da VOSERDEM. Questa cosa sarebbe poi uno strumento importantissimo per la loro sopravvivenza e per il miglioramento della qualità della loro vita.
Siamo stati nei due posti sopra accennati in una Toyota camionetta 4X4, e non vi dico le condizioni della strada. Fino ad un certo punto è passabile, poi si fa veramente una cosa impressionante. Questo è anche il motivo per cui VOSERDEM porta le forniture di materiale per i comedores solo fino ad un certo punto e poi ci pensano i genitori dei bambini a continuare il trasporto a dorso d’asino o a spalla. Adesso ne ho piene le palle di scrivere e vado a farmi un giro per Tarija.

Vi lascio con un’immagine di questi bambini, poverissimi e bellissimi. Nella prossima puntata vi parlerò di Layupampa, un altro luogo che abbiamo visitato mercoledì 16 maggio.
Domani, domenica 20, torno in Argentina, facendo una sosta a Salta, dove sarò a visitare una famiglia di amici. Tre ore per arrivare al confine e altre quattro ore per arrivare a Salta.
Un caro abbraccio a tutti,
Roberto

16-18 Maggio 2012

Questa volta, tanto per cambiare, incomincio con qualche foto.CMi sono poi seduto accanto all’uomo che suonava e ci sono stato per un po’, finché ha smesso e ci siamo messi a parlare. Di fronte, su un ramo di algarrobo, carrubo, c’era un variopinto pappagallo che gracidava ed elargiva abbondanti stronzi a quanti si avvicinavano per fotografarlo. Era il pappagallo del sacrista, che di giorno va a spasso per gli alberi che ci sono nella piazza della chiesa, così mi ha detto l’uomo.

 

Layupampa: bambini che cantano e danzano in nostro onore
Guardate la gioia e serenità infantile che il piccolo volto di questa bimbetta sta esprimendo.
Voi, che siete degli attenti lettori, vi chiederete perché ero là, in quel momento, a ricevere doni ed applausi da quelle meravigliose creature, a più di 4.100 metri di altezza, nella zona più povera di uno fra i paesi più poveri di questo nostro sgangherato pianeta. Provo a spiegarvi qualche cosa.

Nel marzo scorso (ero già in Argentina) avevo preso contatto con alcuni organismi boliviani che si occupano di dare un aiuto ai poveri del loro paese, con particolare riferimento ai bambini in difficoltà.  La mia idea era cercare un contesto sociale verso cui indirizzare alcuni sforzi di generosità economica che DONA UN SORRISO riceve dai propri benefattori.
Alcuni di questi organismi mi risposero, altri no, ma uno (VOSERDEM) mi rispose presentandosi in maniera molto interessante. Approfondii il contatto, anche attraverso qualche telefonata e decisi che valeva la pena andare a trovarli.
Manuel Barrientos è figlio di padre quechua e di madre aymara ed è il responsabile di VOSERDEM per le attività nella zona montagnosa isolata fra le provincie di Cochabamba e di Potosí. Ha 39 anni, sposato, dispone di una vitalità incredibile ed appare dotato di motivazioni molto serie.
VOSERDEM può effettuare la propria attività, disponendo di un finanziamento di circa 30.000 dollari USA annui da parte di un organismo spagnolo. Con questo denaro, per anni sono stati mantenuti cinque comedores in altrettanti piccoli insediamenti in alta quota, popolati da quechua e da aymara.
L’aumento del costo dei generi alimentari (fatto questo che riguarda tutto il mondo povero, soprattutto per la molto maggiore incidenza delle spese alimentari su un bilancio familiare) e l’abbassamento del corso del boliviano rispetto alle monete forti hanno prodotto gravi difficoltà per VOSERDEM e l’impossibilità di poter coprire le spese per tutti e cinque i comedores. Da qui la dolorosa decisione di poter coprirne solo quattro, sospendendo la mensa a Layupampa, l’insediamento che per primo aveva usufruito di questo servizio.

Adesso però passo alla cronaca. Dov’eravamo rimasti? Ah, sì, che ieri eravamo stati a Cachuma e Jank’oyu a visitare i comedores. Molto bene.
Tornando a casa, siamo poi stati a visitare un vasto terreno che VOSERDEM, utilizzando un’entrata imprevista, aveva comprato nella zona di Sacaca, per effettuare delle coltivazioni “in loco” e rendere quelle comunità sempre meno dipendenti dall’aiuto straniero.
Verso sera arriva a casa un ometto, il padrone del terreno, che era già stato dal notaio con Manuel Barrientos a fare il trapasso del terreno, per riscuotere i soldi, 42.000 bolivianos, più o meno 5.000 euro, per un’estensione ben ampia, di cui non ricordo le dimensioni esatte. Divertentissimo, il tipo non aveva idea di quanti fossero 42.000 bolivianos, non sapeva né leggere né scrivere ed era quindi alla mercé di Manuel e dei soldi che gli avrebbe dato. Così va il mondo. Molto saggiamente, Manuel mi ha chiesto di contarglieli io, in modo che fosse una persona terza (meglio con i capelli bianchi) a fargli capire quanti erano i soldi.
Dovete sapere che il taglio massimo del denaro qui in Bolivia è di 100 bolivianos, poco più di 10 euro, e quindi mi sono messo là a contarglieli sotto i suoi occhi uno ad uno, sempre dicendogli che se non era convinto avremmo incominciato da capo. Una mezz’ora spesa bene, il tipo, che si chiamava Ilarión, se ne è andato via tutto contento e convinto, dicendo che con quei soldi avrebbe comprato un terreno da un’altra parte.
Poi è venuta la sera, nella stanza di Manuel sono venuti Roker (l’autista), ed anche Hanna e Jochem, abbiamo mangiato qualche cosa, poi loro sono andati a cercare di dormire nella stanza che avevano trovato non molto distante da noi.
A quest’altezza, tutte le attività umane sono ridotte. Si mangia poco, si beve poco, si fa poco moto, tutto è come al rallentatore. Di sera e di notte il freddo fa da padrone e il riscaldamento domestico è una cosa sconosciuta.

Una volta rimasti soli, io e Manuel abbiamo incominciato a parlare, lui mi ha fatto leggere alcune sue poesie e alcuni suoi pensieri scritti, ha tirato fuori una bottiglia di un liquore tipico di Cochabamba che non ricordo come si chiami, abbiamo incominciato a tazzare alla grande, e io gli offrivo foglie di coca a tutto spiano, e abbiamo tirato le due di notte raccontandoci le nostre vite reciproche, succhiando coca e scolandoci quella bottiglia.
Una serata indimenticabile. Ma perché, dico io, le cose più piacevoli sono quelle che non si dovrebbero fare?
Mai bere alcoolici quando si è in quota alta, e mai succhiare foglie di coca alla sera, perché tengono svegli.
In conclusione, non ho dormito un cazzo (scusate). Per fortuna il dormir poco non è stato lungo, in quanto alle sei eravamo già tutti e cinque attorno al tavolo della stanza di Manuel a prendere un caffè (molto, moooooolto lungo, un vero schifo), e a cercare di mangiare qualche cosa.
“Esta mañana vamos a Layupampa”.
“Muy bien, vamos”.

Layupampa: qui è la parte centrale del piccolo villaggio, ma molte abitazioni sono sparse nella zona, ciascuna con vicino il proprio terreno necessario per la sopravvivenza.

 

Una strada che ad un certo punto diventava impossibile, fra le pietre, e la povera Toyota 4×4 andava a passo d’uomo. Dopo una bella ora abbondante, appare l’insediamento, a più di 4.100 metri di altezza. Siamo ricevuti dalla directora della piccola scuola, nel suo ufficio: una rudimentale scrivania, un paio di scaffali, un paio di sedie, una porta che dà nella stanza in cui vive, e una vecchia macchina per scrivere. 

Conoscevo quella macchina: l’unica del paese, quella con cui certamente avevano scritto a VOSERDEM una supplica per non dar corso alla sospensione della mensa per i bambini della scuola, firmata da tutte le autorità del paese, molto formale, come generalmente si usa in tutto questo continente. Qui non esiste corrente elettrica e non esiste traccia di strumenti moderni. Non c’è campo per il telefono e funziona solo saltuariamente un ponte radio.
Incominciano a spuntare bambini da ogni parte, arrivano i tre o quattro insegnanti, si presentano, suona un fischietto, tutti i 150 bambini ben ordinati in file indiane parallele classe per classe, dall’asilo alle superiori.

Discorsi di benvenuto, la banda che ogni tanto suona con gli strumenti tipici, come il sique, la quena, la zampoña andina, il charango. I bambini si sono anche esibiti in danze in nostro onore. La presenza di europei, per loro, è una cosa più unica che rara.
Quelle musiche, a quell’altezza, hanno una sonorità diversa, mi sentivo debole, piccolo, molto più piccolo di quei bambini, non sapevo che cosa dire e mi sentivo emozionato, cosa che non mi capita affatto spesso. Mi dicevo: guarda un po’, lasciandosi condurre dalle opportunità della vita uno dove va a finire! In uno dei posti più isolati e inospitali del mondo, in mezzo al calore di quell’umanità tanto semplice, tanto diversa, che nasce, vive e muore in condizioni per noi impensabili.

Mi hanno regalato un gilé bellissimo, fatto tutto a mano partendo dalla tosatura della pecora, tessuto con dei disegni molto colorati, una vera meraviglia che contiene un numero impressionante di ore di lavoro.
Lo ripeto, mi sentivo piccolo, indegno, stanco, emozionato, confuso.
Saranno state forse anche le bisbocce della sera prima con Manuel, non lo so, saranno state le foglie di coca, non credo, ma ho provato delle sensazioni che mai in tutta la mia vita mi erano occorse.
Quando è toccato a me parlare, mi sono detto felice ed onorato per essere stato accompagnato fin lassù, a conoscere quella realtà, quelle fatiche, quei problemi, l’intensità di quei momenti. Ho detto loro che mi sarei adoperato per favorire la ripresa al più presto del funzionamento del comedor per i bambini, anche se non potevo per il momento promettere niente di certo.

Tornando, ho dato un’ultima occhiata dall’alto a quel posto, sicuro che sarebbe rimasto impresso nella mia persona. 
Ancora adesso rivedo tutti quei volti, rinsecchiti dal sole e dalle fatiche, rivedo quei bambini, bellissimi, e rivivo i canti e danze che ci avevano offerto. Incredibile, io stentavo a respirare per l’altezza e loro avevano la forza di ballare e cantare!
Manuel va a visitare i cinque comedores due volte al mese, e ci va sempre a piedi da Sacaca. Andarci in macchina è una cosa molto costosa, lui dispone di una moto da fuoristrada, ma non la usa, perché essendo piccolo se cade non arriva a mettere giù il piede e si può fare male seriamente. Così va a piedi, dice che gli piace molto, approfitta di tutto quel silenzio e di quella solitudine per stare un po’ con se stesso e pensare…
Ogni mese, vive due settimane a Sacaca, una settimana a Cochabamba e una settimana va a Santa Cruz, per stare con la sua famiglia.
Giovedì mattina siamo tornati da Sacaca a Cochabamba, facendo un diverso percorso, cioè passando per Oruro, un’orrenda città mineraria. Da Oruro a Cochabamba la strada è tutta asfaltata, senza strapiombi. Tuttavia si sale fino a 4.480 metri di altezza in un percorso tutto curve. Alla sera ci siamo ritrovati tutti e cinque in città  per mangiarci un bell’asado boliviano e per un saluto finale.

L’indomani mattina, Manuel mi ha accompagnato alla sede di VOSERDEM. È un luogo composto di tre locali messi a disposizione gratuitamente dal vescovo, che evidentemente apprezza quel lavoro. Qui ho conosciuto altri volontari dell’organismo ed è venuto a vedermi anche il presidente, Gonzalo Alfaro, un bel tipo che insegna economia all’università di Cochabamba, con cui ho fatto una lunga chiacchierata.
Poi Manuel mi ha accompagnato a mangiare un boccone in un posto in cui servivano charqui (carne di lama seccata) sfilacciato e fritto, con choclo (mais) e verdure varie, un piatto tipico cochabambino. Siamo quindi andati all’aeroporto dove avevo nel pomeriggio stesso un aereo per tornare a Tarija.

Si conclude qui la cronaca di quei giorni boliviani, molto intensi e molto faticosi, ma di grande gioia e soddisfazione.
A Tarija poi mi sono preso un giorno di riposo, per riavermi un po’ dalle fatiche dei giorni precedenti, che francamente non sono state cosa da poco.
Cos’è successo da Tarija in poi farà parte della prossima puntata.
Un caro saluto a tutti,
Roberto

19-24 Maggio 2012

Eravamo rimasti su un aereo che mi riportava da Cochabamba a Tarija.

Questa zona della Bolivia è molto montuosa e le strade boliviane non hanno certamente una buona fama. Venti ore di pullman, in genere di scarsa qualità, oppure 45 minuti di aereo, con un costo aggiuntivo di circa 30 euro.

 L’idea originaria che avevo era di dormire una notte a Tarija e il mattino dopo ripartire subito per l’Argentina. Invece ho cambiato idea e mi sono preso un bel giorno di riposo in quella piacevole cittadina, perché avevo anche bisogno di raccogliere un po’ le idee dopo questa fase del viaggio.

Tarija è una bella cittadina, sdraiata in una valle a 1.700 metri di altezza, tutta circondata da montagne.

 

Una volta c’era un volo che andava dalla Bolivia a Salta, in Argentina, ma la compagnia che faceva quel percorso è andata a bordello e adesso ci sono solamente dei voli che passano per Buenos Aires, molto costosi. Questo è il motivo per cui sono tornato in aereo a Tarija, che è la città più meridionale del paese, per continuare via terra. Il percorso più diretto è verso est, dove c’è a Bermejo una frontiera per l’Argentina. Benissimo, sono 200 chilometri e ci sono dei pullman che ci impiegano un sacco di tempo. Oppure ci sono dei taxi collettivi da sei/sette posti, che passano anche a raccoglierti in albergo. Fantastico, mi prenoto, pago, e sono d’accordo che li aspetto l’indomani mattina in albergo alle sette. Figuriamoci un po’, col cazzo che sono venuti a prendermi, arrivano le sette e mezzo, le otto, e io sono là come un pirla ad aspettare.

Per nulla meravigliato né contrariato per questa cosa, prendo il mio zaino e vado quindi alla stazione dei pullman, dove ci sono diverse cooperative di tassisti che fanno quel servizio. Mi faccio rimborsare il biglietto che avevo pagato, gliene dico benevolmente quattro e salgo su un altro taxi, che era là, pronto per partire. Non hanno orario e quando sono pieni partono, funziona così. Sono trenta bolivianos (meno di quattro euro) per fare tre ore di taxi, in Bolivia è così, i prezzi sono questi. Di fianco a me era seduta una giovane e pettoruta signora abbastanza simpatica e un’altra signora piuttosto attempata, davanti c’era un tipo discretamente loquace e dietro una madre con la figlia, ambedue piuttosto taciturne. L’autista guidava senza parlare e aveva una barbetta come quella delle capre, cosa molto rara in quel paese. Credevo di trovare un paesaggio brullo, pianeggiante e bruciato dal sole, perché così è conosciuto il Chaco, una vasta zona che si estende nella Bolivia meridionale, Paraguay sud-occidentale e Argentina settentrionale. Perfetto, invece tutto il contrario, la strada si snodava tutta a curve e saliscendi un un quadro di vegetazione molto verde e folta. Il barbetta guidava tranquillo e il percorso, fra una chiacchiera e l’altra era stato abbastanza piacevole.
Ad un certo punto, la macchina si ferma.
“Usted llegó, caballero”. E mi mettono in strada con il mio zaino.
“Nosotros seguimos a Bermejo, adiós”. Francamente, credevo di trovare il paese e poi la frontiera, ma la Bolivia è un paese dalle mille sorprese ed era il contrario. Per Bermejo si continuava a costeggiare il fiume per qualche chilometro, e la frontiera era invece una specie di monolocale, con fuori una piccola insegna, prima di arrivare nel paese.

Entro, c’erano tre o quattro militari, uno mi chiede il passaporto, lo guarda per il dritto e per il rovescio, mi fa qualche domanda e con enorme fatica mi picchia sopra due o tre timbri, indicandomi una porticina dall’altra parte della stanza. Credevo di trovare l’ufficio argentino, e mi trovo invece all’aperto, in una strada deserta semisepolta dalla foresta, con un ponte. L’ufficio della dogana Argentina era dall’altra parte del ponte sul Rio Bermejo. Lo passo a piedi, le ringhiere erano fino a metà dipinte con i colori della Bolivia (verde, giallo e nero) e dalla metà in poi con i colori dell’Argentina (bianco e celeste). Altre domande, altri timbri sul passaporto ed eccomi dall’altra parte. Tutto questo in soli dieci minuti, una meraviglia. Con due chilometri a piedi avrei potuto raggiungere Aguas Blancas, un paese con un capolinea di pullman, che però sono molto scarsi. Così ho investito 70 pesos argentini (10 euro) per farmi portare in taxi fino a Oran, un paesotto più grande a 45 chilometri. L’autista, senza barba ma con una gamba sola, è stato molto simpatico e mi ha raccontato tutto quello che sapeva su quella zona, altrettanto verde, ma pianeggiante e molto coltivata. Agrumi, soia, canna da zucchero, manghi, mais, tabacco eccetera. Da Oran partiva un pullman per Salta dopo mezz’ora e ne ho approfittato. Quattro ore di pianure verdi. Sono arrivato verso sera, qui ormai è quasi inverno e le giornate sono corte. Ho mollato lo zaino nell’hostal Buryaile, dove mi hanno subito riconosciuto e chiesto perché non c’era il Champo con me. Il Champo nessuno lo dimentica, ed era già passato un anno.

Sono quindi andato a trovare Aldo, Mara e famiglia, che sapevano del mio arrivo. Qui ho dovuto registrare una pesante delusione. Avevo proposto ad Aldo di andare a passare con un suo amico che conosco un paio di notti in tenda sulle rive del Rio Pilcomayo, a pescare e cacciare quirquinchos (armadilli), cibandoci di quello che trovavamo, alla maniera selvaggia. Invece niente da fare, tutta la zona era piena di indios incazzati, perché la solita impresa aveva comprato la licenza di pesca esclusiva di sábalos in una vasta zona del fiume.
Mancavamo solo noi con le nostre canne, avremmo avuto delle probabili rogne, meglio lasciar stare.
Siamo alle solite, con un po’ di soldi uno compra un permesso esclusivo, e che i legittimi e ignari abitanti che da secoli vivono di pesca, si fottano. Non voglio riprendere questo discorso, che ho già sviluppato in precedenti edizioni.

Mi sono comunque consolato come ho potuto in casa di queste care persone, sempre molto affettuose. La prima sera mi hanno offerto un piatto di locro, una specie di minestrone con dentro un po’ di tutto: mais, trippe di maiale, fagioli, zucca, cotenne di maiale, altri pezzi di carne e cose che non ricordo.

Mara è un’ottima cuoca ed era molto buono. Mi sono fermato a Salta a riposarmi un altro giorno e la sera successiva, con Aldo, abbiamo preparato un asado da campionato (vedi foto qui sotto), con dentro tutte le meraviglie che le creatura bovine e suine possano offrire.

Ho preso commiato da quelle care persone e il giorno dopo, cioè ieri 22 maggio verso mezzogiorno sono partito per un’altra tappa: Tucumán. Quattro ore, sempre nel verde, in un quadro che però era decisamente autunnale, nuvole, nebbioline, alcuni alberi che incominciavano ad ingiallire.

Qui è giunta una seconda, cocente delusione, forse più bruciante della prima. Dovevo andare a fare un giro a cavallo a Los Arbolitos, sette ore di andata e altrettante di ritorno, con la mia amica Daniela Rochas di Tucumán, sulle montagne per andare a vedere una “escuela de monte” che l’anno scorso avevamo aiutato. Anche qui, niente da fare. Dalla Bolivia non ero riuscito a mettermi in comunicazione con la Daniela e quando l’ho sentita ho saputo con reciproco disappunto che era a Buenos Aires per un convegno. Porca vacca, mi è andata buca, sarà per un’altra volta.
La Daniela, oltre ad essere un gran pezzo di ragazza, è un’operatrice sociale molto brava, con tutta una storia che forse qualcuno ricorda e che sto a ripetere. In sostanza, è una figlia adottiva e i suoi genitori biologici sono probabilmente dei desaparecidos nel periodo della dittatura militare.

Tucumán è una bella cittadina, a 400 metri sul livello del mare.
Dicono che d’estate si crepi di caldo, ma io ci sono stato unicamente in altre stagioni. Questa mattina sono stato con la Eva Fondevida a vedere come l’Associazione LOS ABROJOS aveva speso il soldi che DONA UN SORRISO aveva dato loro per la ristrutturazione di un centro giovanile, in particolare una biblioteca, a Raco, un paese a 45 chilometri da Tucumán.
Nel pomeriggio poi sono andato un po’ in giro per la città, sono stato a vedere il museo della casa histórica, sono tornato in albergo a scrivere il mio presente diario e quando sarà l’ora andrò al terminal dei pullman per l’ultima tappa, quattordici ore da Tucumán a Mendoza.
Ultimissime: il viaggio è stato molto tranquillo, ho dormito discretamente per la gran parte del tempo e all’arrivo c’era ad aspettarmi, ovviamente, il grande Champo, tutto bello figo, felice e contento per il mio ritorno.
Qui a Godoy Cruz tutto bene, il cane Polo è sempre più cretino, il gatto della Rebecca, la sarta della casa accanto, gli fa sempre i dispetti e lui si incazza, la Marinés sempre al lavoro… insomma tutto come sempre.
Un abbraccio caro a tutti,
Roberto

25-30 Maggio 2012

Ho ancora negli occhi e nel cuore le immagini dei paesaggi e delle persone che ho visto e conosciuto in Bolivia e il mio pensiero torna sempre su quanto ho potuto interiorizzare in quelle giornate tanto intense.

La notte scorsa ho fatto un sogno.
Sognavo che il papa veniva a Bresso, proprio davanti a casa mia, dove c’è l’aeroporto, e che c’era una folla immensa.
Era uno spettacolo grandioso, l’unico particolare era che mancava il papa.
C’era il Don Angelo e c’era Don Gianfranco (parroci di Bresso), assieme al parroco di Godoy Cruz.
C’era anche il parroco di Bédiondo, c’erano le suore di Bédiondo e c’erano molti santi, di quelli veri, quelli che ho conosciuto nei miei viaggi, i “poveri” che aiutano gli altri poveri.
Che bello! C’erano proprio tutti. Il don Angelo, che è un vero signore, aveva pregato il mio parroco, molto più anziano, di fare lui l’omelia, in quanto il papa era tutto preso a Roma con varie gatte da pelare.
Figuratevi, non ricordo una parola del discorso che ha fatto il don Gianfranco, però tutta la gente era attentissima. Deve essere stato un discorso molto bello, come a volte sa fare lui.
C’era anche della musica bellissima, la giornata emanava una luce strana e un po’ misteriosa, c’era anche mia figlia che mi sorrideva.
Io so perché, aspetta un bambino e dios mediante diventerà mamma. Fabio diventerà papà e io diventerò nonno. Questa cosa non mi era mai capitata, ma nei sogni può succedere di tutto.
C’era anche la Gemma, la mia indimenticabile moglie, che da lontano sorrideva.
Ovviamente, c’eravate anche tutti voi, che formavate un’allegra combriccola: fedeli papisti e mangiapreti incalliti, con tutto il ventaglio dei distinguo, ovviamente condividendo in amicizia momenti di grande gioia.
Ad un certo punto è arrivato il Champo con il Polo al guinzaglio, è successo un putiferio e uno scalpitare di cavalli ha interrotto il sogno.
Era il carretto del verduraio che al mattino presto percorre la Calle Pizzurno, e che generalmente mi sveglia.

Tuttavia, nel dormiveglia ho ripreso a sognare.
C’era ormai un altro papa, un cinquantenne che finalmente pensava al rinnovamento della chiesa. Era andato ad abitare ad Assisi con stretti collaboratori di nuova generazione, dopo aver pianificato un settennato intenso per una transizione ed un rinnovamento sostanziale della chiesa.
I punti principali del rinnovamento programmato dal nuovo papa erano i seguenti:

  • abolizione dell’obbligo di celibato per i sacerdoti,
  • accesso per le donne alle funzioni sacerdotali, episcopali e cardinalizie,
  • messa in liquidazione dello IOR e versamento del netto attivo in un conto da portare regolarmente a pubblica conoscenza,
  • passaggio della Città del Vaticano sotto l’egida dell’UNESCO per farne un Patrimonio dell’Umanità,
  • età di vigenza nella carica cardinalizia limitata dai 45 al 65 anni,
  • carica del papato della durata di sette anni,
  • abolizione del diritto canonico, da sostituire con un semplice regolamento interno,
  • messa sotto chiave per cinquant’anni di tutti gli archivi vaticani,
  • vendita delle strutture inutili (conventi semivuoti, collegi e alberghi di lusso o proprietà non strettamente legate ad attività sociali o di culto) con destinazione del ricavato ad opere di rilevanza sociale,
  • graduale scioglimento delle organizzazioni cattoliche risaputamente legate a poteri economici forti.

Il Champo nuovamente mi richiama all’ordine, sbattendo il cancello dopo aver portato a spasso il cane, e mi sveglio del tutto.
Finito il sogno vero e finito anche il sogno ad occhi aperti.
Sognare è bello e non costa niente, anche se si sa che la realtà con cui dobbiamo fare i conti è ben altra.
Mia mamma diceva sempre che chi semina vento raccoglie tempesta.
L’Europa sta da decenni seminando vento ed il tempo della raccolta si sta avvicinando sempre più, per capirlo basta aprire un po’ gli occhi e smettere di sognare.
Io sono nato nel 1941, in uno dei momenti più bui della storia europea del secolo scorso, e sono contento di essere al mondo.
Anche chi nascerà nel 2012 avrà i suoi momenti difficili, ma questa è la vita.
Almeno fintanto che questo pianeta la potrà ospitare.

Adesso smetto di sognare a occhi aperti e smetto di essere pessimista.
Chissà, magari la storia prenderà strade impensabili, come spesso accade.
Il solito abbraccio caro a tutti,
Roberto

NOTA:
Il diario di questo viaggio finisce qui.
Gli ultimi giorni li ho passati a Godoy Cruz, festeggiando il compleanno del Champo e facendo un giro di saluto a tutti i parenti. Il viaggio di ritorno è andato bene ed ora sono qui, reimmerso nella mia vita cittadina.
8 giugno 2012

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