Prima Esperienza in Repubblica Dominicana

2001 – si approda in Repubblica Dominicana

Dovete sapere che nel 2001 l’Associazione Dona Un Sorriso aveva come unico obiettivo quello di aiutare economicamente una Fondazione che in Cile si occupava di ragazze e ragazzi maltrattati e a rischio sociale. Cioè, si raccoglievano soldi fra i vecchi amici e si inviavano a destinazione. Era quindi una cosa che mi occupava piuttosto poco e avevo così tempo per dare una mano su altri fronti. Fra i vari impegni, ero anche membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Caritas Ambrosiana di Milano, cioè la cassaforte dell’intera organizzazione. Questo compito mi andava però piuttosto stretto e se non fosse stato perché a quell’incarico mi aveva nominato il Cardinal Martini forse avrei rinunciato prima della scadenza.
Vedete? È stato proprio quel mio “tener duro” che ci ha portati in quella terribile e meravigliosa isola caraibica.
In quella sede io insistevo affinché la Caritas sostenesse anche qualche progetto gestito da organismi non direttamente dipendenti dalle strutture della chiesa, ma questa idea in quell’ambiente non garbava. Ebbene, non vi dico come ci riuscii, ma alla fine decisero di chiedermi di presentare un progetto concreto, che sarebbe stato esaminato. Dopo qualche ricerca, trovai che l’associazione FRATELLI DELL’UOMO aveva ottenuto dalla Comunità Europea (allora si chiamava così) un contributo del 95% su un progetto di due miliardi di lire da realizzare in favore delle minoranze haitiane residenti in Repubblica Dominicana. Una cosa molto bella, ma il 5% di due miliardi sono sempre cento milioni, che per Fratelli dell’Uomo erano una cifra quasi irraggiungibile. Ecco l’idea: la Caritas contribuisce alla copertura di quel 5%.
Sapevo che una delle preoccupazioni della Caritas era quella di non andare a bilancio con delle giacenze eccessive ed eravamo a ridosso del 31 dicembre del 2000. Ed ecco (modestamente) il colpo di genio. Il 28 dicembre vado dal Direttore a presentare il mio progetto. Erano in riunione e stavano appunto parlando della necessità di alleggerire le giacenze: momento più opportuno non poteva esserci.
Dai, andiamo al sodo, proponi una cifra.
Be’, penso che 50 milioni di lire potrebbero rappresentare un contributo determinante per rendere possibile la realizzazione del progetto.
D’accordo, se hai le coordinate bancarie facciamo subito il bonifico.

Era fatta. Quel progetto,  abbastanza complesso e articolato, prevedeva anche dei viaggi di operatori italiani in Repubblica Dominicana e viceversa, e fu così che l’associazione FRATELLI DELL’UOMO mi invitò a partecipare nell’aprile del 2001 ad una missione organizzativa in loco.
In quegli anni non avevo ancora preso l’abitudine di scrivere i miei diari di viaggio, per cui cerco di raccontarvi adesso qualche cosa, sulla base di quanto ricordo.

Ero accompagnato da Rodolfo Canciani, l’allora segretario di FRATELLI DELL’UOMO, un carissimo personaggio. Partiamo da Linate, facciamo scalo a Madrid e saliamo su un grosso 747 con rotta a Santo Domingo, non senza aver fatto un breve scalo a Portorico. Non c’è nessuno a riceverci e prendiamo un taxi che in un’ora e mezzo copre i 40 km. che ci dividono dalla città. Un casino che non vi dico: strade rotte, ingorghi, un baccano infernale di clacson, una sporcizia che non vi dico.
“Di’, Rodolfo, non è che il pilota ha sbagliato strada e invece che a Santo Domingo ci ha sbarcati a Calcutta?”
“Tranquillo, qui è sempre così!”
Sono poi stati giorni di noia e di incontri con organismi locali. Sapete, i ritmi di quei posti non sono certo incalzanti. Esempio: l’indomani è prevista una riunione con tre organismi locali per stabilire un coordinamento e alla sera ci fanno sapere che l’incontro è rimandato di due giorni. L’incontro è indispensabile per la prosecuzione della missione, per cui che si fa? Si aspetta, non c’è scelta. Il centro storico, costruito dagli spagnoli è tutto bianco, in stile coloniale. Sporco, sguaiatamente chiassoso, ma interessante, con la cattedrale – nella foto – costruita con mattoni gialli ai primi del ‘500 (la più vecchia di tutto il continente), poi il museo del hombre, il jardín botánico e qualcos’altro. Per diversi giorni sono stato l’ombra di Rodolfo Canciani, ho conosciuto organismi e persone, ho legato dei rapporti di conoscenza e amicizia. Siamo poi andati con un piccolo aereo a elica anche in Haiti. Le alternative per quel viaggio erano due: mezz’ora di volo o un giorno di autobus, in mezzo a caschi di banane, galline e capre. Via via mi sono reso conto di quella realtà: due stati e due mondi costretti dalla storia a vivere schiacciati in un’isola. In altre sezioni di questo stesso sito potrete trovare delle descrizioni più compiute della situazione di quei paesi. Due facce della medesima medaglia, il risultato di una delle pagine più vergognose della storia umana, che passa sotto un nome da brivido: schiavitù. In Haiti sono quasi tutti neri in quanto l’orgueil dei conquistatori francesi non permetteva loro di mischiare il loro sangue con quello delle schiave. In Repubblica Dominicana invece sono in gran parte mulatti, in quanto i conquistatori spagnoli non si facevano certo di quei problemi. Di là c’è un pezzo di Africa, di qua c’è la discendenza della peggior feccia umana che la Spagna ha esportato da Cristoforo Colombo in poi: ladri, assassini, bucanieri …
Le due settimane della missione con Fratelli dell’Uomo sono presto trascorse, poi Rodolfo è tornato a casa, mentre io sono stato giù una settimana in più per capire meglio e in autonomia il contesto e le situazioni. 

Mi avevano consigliato di andare a Dajabón e di cercare un padre gesuita, un certo Regino Martínez.

“Vai là e lo troverai senza problemi, lo conoscono tutti.

Così ho fatto. Dajabón è un paesotto nell’estremo nord della Repubblica Dominicana, a ridosso della frontiera con Haiti. Dall’altra parte del confine c’è Wanamént (o Ouanaminthe secondo la grafia francese) e fra i due paesi scorre un fiume dal nome sinistro. Si chiama Río Masacre, per ricordare il massacro di 35.000 haitiani avvenuto negli anni 30 del secolo scorso per ordine del dittatore dominicano Rafael Trujillo.
Padre Regino mi ha accolto, mi ha parlato e mi ha aiutato ad entrare ancora meglio in quella realtà tanto complessa, crudele, ma anche per certi versi molto intensa e affascinante.
“Domani vai a farti un giro per Haiti, non aver paura, attraversi il ponte sul Río senza guardare nessuno e nessuno ti fermerà; se invece ti dovessero fermare, tu devi dire che sei mio amico, che stai di là solo un paio di ore e che ti ho detto io di fare così.”

Così ho fatto e ne sono uscito vivo. Attraversare il Río Masacre e trovarsi di colpo come in mezzo all’Africa è certamente una sensazione difficile da raccontare. Lo stesso paesaggio, gli stessi sguardi, gli stessi portamenti, gli stessi odori… troppi ricordi conservo dell’Africa e di quei due anni passati in Ciad come volontario negli anni ’60. Ho preso un motoconcho e sono andato fino alla piazza centrale del paese. Il motoconcho è un motorino con guidatore, una specie di moto-taxi. Il tipo si destreggiava fra le buche della strada, fra persone, capre e maiali in libera uscita. Se andassimo a sbattere da qualche parte – pensavo – e io mi rompessi la faccia, la cosa presenterebbe certamente degli aspetti sgradevoli. Mi trovavo da solo in un paese straniero, in clandestinità, senza il visto di entrata, e nel luogo più sgangherato, povero e malmesso dell’intero continente. Ricordo che entrai nella chiesa principale: un luogo strano, spoglio, quasi surreale. In seguito ne ho saputo le ragioni. Per il momento la cosa più importante per me era fissare delle immagini nella retina dei miei occhi e lasciare che queste penetrassero negli strati profondi del mio sentire. Della mia incolumità non mi interessava niente, volevo solo vedere e capire.
Mi fu chiaro che tutto questo, cioè questo insieme di umanità meravigliosa e calpestata mi stava prendendo e incominciavo a chiedermi se mai avrei potuto fare qualche cosa.
Tornai a piedi verso il fiume, attraversai il ponte, passai la frontiera senza problemi, anzi no. Un militare con la faccia cattiva mi chiese dove andavo, e gli dissi che ero stato a fare una commissione per Padre Regino ma che stavo regolarmente rientrando a Dajabón. Per darsi un po’ di contegno fece finta di pensare sul da farsi, poi mi fece segno di proseguire pure. Ero di nuovo in Repubblica Dominicana.
Immerso nella complessità di quei problemi, vidi un centinaio di Haitiani in fila per due che, lentamente si dirigevano verso il ponte, scortati da due pigri militari dominicani con il fucile, uno alla testa e uno in coda. Ne chiesi la ragione a Padre Regino. Mi disse che erano haitiani che cercavano di entrare clandestinamente in Repubblica Dominicana, erano stati arrestati ed ora stavano per essere ricondotti in Haiti.

“Ma com’è che erano disciplinati come scolaretti e bastavano due militari per tenerli a bada?”
“Mi querido, fueron todos apaleados.”

Li avevano bastonati ai lati della schiena, rompendo loro anche qualche costola, in modo che facessero fatica a respirare. In quel modo non potevano mettersi a scappare.
Ancora adesso, dopo tanti anni, ho quella livida immagine davanti agli occhi.
L’odio dei Dominicani nei confronti degli Haitiani, il razzismo, la sopraffazione, lo sfruttamento e la violenza sono “moneta corrente” in quell’isola. Ancora oggi. 

 

L’indomani mattina presto partivo per Las Galeras, dove mi avevano detto che c’erano degli Italiani che stavano realizzando un progetto interessante. Dovetti cambiare autobus più volte, guardavo distrattamente fuori dal finestrino e la mia mente vagava per quelle realtà sconcertanti.

Las Galeras è una specie di paradiso sulla punta di un promontorio che si estende verso est nella parte settentrionale dell’isola. Vi arrivai che era ormai sera.
Cila e Domenico, una coppia di Genova, non mi aspettavano ma mi accolsero come un fratello. Era un posto molto bello, lontano dagli stridori della frontiera, sul mare di fronte ad un’ampia baia. Tolsero dal frigorifero un’aragosta e me la prepararono al volo. Là era un cibo abbastanza comune. Avevo proprio bisogno di un paio di giorni di rilassamento, dopo tante tensioni e tanto girare.

 

 

L’indomani mattina presto andai in spiaggia e mi misi a camminare in quel paradiso. Palme da cocco che si sporgevano verso il mare, cavalli in libertà, un’arietta stimolante, insomma una meraviglia. Pensavo di farmi anche un bagno, per la prima volta nel mare dei Caraibi, ma il mio pensiero continuava a girare vorticosamente sulle cose viste e sulle sensazioni provate. Feci svogliatamente qualche foto, poi mi ritrovai nel patio della casa di Cila e Domenico, con davanti un foglio bianco, una matita e un boccale di birra. Mi ero dimenticato persino di fare il bagno nel mare…

Così incominciai a scrivere …
Non so più che fine abbiano fatto poi quei fogli, ma quello scrivere mi era servito per fare un po’ di ordine dentro di me.

Per tornare a Santo Domingo mi servii di un piccolo aereo ad elica di costruzione cecoslovacca che partiva da Puerto Plata e faceva uno scalo a Samaná, non lontano da dove ero io. Quel mattino c’era un tempo da lupi e l’aereo tardava ad arrivare, così in quel piccolo aeroporto mi misi a chiacchierare con due militari che facevano finta di fare la guardia. Uno aveva la pelle chiara e l’altro era un mulatto, come la maggior parte dei Dominicani. Parlammo di varie cose e mi ascoltavano con interesse. Ricordo che chiesi a quello più scuro di pelle che cosa ci fosse scritto sulla carta d’identità sotto la voce “particulares”. Io lo sapevo, ma volevo farglielo notare. C’era scritto mestizo indio.
Caramba, acá hay un error, ¿porqué pusieron mestizo indio?” – gli chiesi.

Adesso vi spiego. Quando nel 1492 Cristoforo Colombo con la sua ciurmaglia approdò in quell’isola, si era sbagliato di continente e pensava di essere in India. Non capita spesso, ma a lui è capitato. La trovarono abitata dai Tainos e quegli abitanti furono chiamati Indios. C’è però un piccolo particolare, cioè che dopo meno di quarant’anni tutta quella popolazione fu sterminata tutta e sparì. Uccisioni, violenze, malattie nuove e soprattutto denatalità.
I due ragazzi non sapevano niente di tutto questo, figuriamoci. La tremenda storia di quell’isola è regolarmente rimossa dall’immaginario dei dominicani. Mentre l’elemento unificante degli haitiani è la religione Vudù, quello dei dominicani è l’essere anti-haitiani, ovvero l’odio verso i vicini di casa: una vera meraviglia.
No, amico, tu non sei un mestizo indio. I tuoi antenati non sono tainos, sono in parte discendenti da Spagnoli e in parte discendenti da schiavi africani. Tu sei un mestizo negro, anche se so che la cosa non ti piace. Così incominciai a parlare della storia della schiavitù, una delle pagine più vergognose dell’intera storia dell’umanità. Eravamo nel saloncino d’attesa semivuoto e ascoltavano molto interessati le cose che andavo dicendo loro e di cui mai avevano sentito parlare. Quando l’aereo atterrò mi salutarono calorosamente con dei sorrisi che non vi dico. Mi fecero passare senza alcun controllo, avrei potuto avere nello zaino qualsiasi cosa. Andai a piedi al piccolo aereo fermo sulla pista, arrivato semivuoto. Ero l’unico passeggero che saliva a Samaná. Non vi dico che viaggio. Quasi subito dopo il decollo l’aereo entrò in un temporale tremendo e c’era da tenersi stretti ai braccioli del sedile per non volare via, in un rumore indescrivibile. Vi assicuro che mi ero veramente spaventato e pensavo proprio che si concludesse così il mio breve passaggio su questo pianeta. Niente da fare, non era ancora la mia ora, dopo qualche minuto ecco il silenzio e delle bellissime nuvolette bianche tutto attorno. No, non ero arrivato in paradiso, bensì vicino a Santo Domingo, dove l’aereo atterrò dopo pochi minuti senza alcun problema.
Due giorni dopo ero già di ritorno a casa mia.

Per me, entrare a conoscere la complessità e drammaticità di quell’isola, i suoi problemi, le sue potenzialità e le sue sofferenze fu un’esperienza a dir poco travolgente.
Al ritorno ne parlai agli amici che formavano allora il Consiglio Direttivo, e la reazione unanime fu: dai, dobbiamo fare qualche cosa anche per questa situazione! Il resto lo sapete.
Come vedete, DONA UN SORRISO non è approdata per caso in quell’isola, ma a seguito di un percorso, cioè di un intrecciarsi di vicende.
Da cosa nasce cosa, da un incarico portato avanti malvolentieri alla Caritas di Milano è poi nata l’occasione per me per lasciarmi coinvolgere da quei problemi e di averne contagiato l’intera associazione.
Ed eccovi, per concludere,  il vecchio ponte sul Río Masacre, che divide la Repubblica Dominicana da Haiti.

Chi ha due tuniche...

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