Prima esperienza in Uganda

Nell’ormai lontano 1989, era stata alloggiata in un appartamento della Parrocchia San Carlo di Bresso una suora africana, allo scopo di seguire il corso di fisioterapia, che allora era di tre anni. Si chiamava Ernestine Akulu.
Lasciò Bresso nel 1992 e lasciò anche un eccellente ricordo fra gli amici che nel frattempo si era fatta qui in Italia. Il suo grande sogno era quello di tornare in Uganda e organizzare un piccolo presidio medico fisioterapico eccetera eccetera.
Penso però che questa storia possa essere raccontata da Gabriella Cittadini molto meglio che da me, in quanto lei ha seguito molto da vicino tutte le vicende legate all’iniziativa e alle grandi capacità gestionali ed organizzative di Suor Ernestina. Lascio dunque a lei il compito di proseguire nel racconto.

Capita anche a voi di ricordare con estrema nitidezza il momento in cui avete incontrato per la prima volta una persona? Generalmente avviene così per quelle che si rivelano essere particolarmente significative per la nostra esistenza, vero? Persone che lasciano un’impronta ben marcata sul sentiero della nostra vita. Persone a cui ci legano sentimenti d’amore o di amicizia. Persone uniche.
Ricordo con precisione di dettagli l’Ernestina vista per la prima volta. Sapevo che era una religiosa. Mi aveva sorpreso quindi l’averla trovata a casa del Dott. Destro (che all’epoca la ospitava) con in testa un bel foulard colorato. In quegli anni l’etnico non andava ancora di moda: da noi per essere “cool” ci si vestiva con tinte scure. Quanto mi era piaciuta la fantasia e l’accostamento delle tinte vivaci!
Quel giorno ho preso una bella cantonata: ho interpretato il suo sguardo, osservandola con discrezione,  come l’espressione di una persona timida e intimorita. Niente affatto. Con il tempo, parlando con lei, mi sono ritrovata a scoprire una donna dalla mente brillante e lucida. “Sweet but firm”. Dolce e gentile, sempre, ma ferma nei propositi, molto determinata e pronta ad analizzare i problemi, ad affrontare le difficoltà, a trovare le soluzioni.

In due anni ha imparato l’italiano, giungendo al livello di conoscenza necessario ad affrontare il corso di fisioterapista presso l’ospedale San Carlo. Alcuni temevano che non sarebbe più voluta rientrare in Uganda, una volta conosciute le “mollezze” del nostro vivere occidentale.
E invece no. Il Vescovo le ha chiesto di andare in un villaggio sperduto, dove non c’era niente, ma proprio NIENTE, se non la gente abbandonata a se stessa, senza neanche uno straccio di medico o di un farmaco, ma molti feriti nel corpo e nell’anima a causa della recente guerra civile.

Dal 1992 in poi non si è mai fermata. Ernestina fa parte di una Congregazione Religiosa cattolica (Mary Mother of the Church) di origini ugandesi. Tradotto in altri termini: una congregazione costituita da donne ugandesi, espressione della gente di quel paese, della cultura di quel popolo, ricca dal punto di vista umano, ma non di risorse economiche. Ernestina ha lavorato come una formichina, briciola dopo briciola, passo dopo passo. Così, quasi magicamente, in trenta anni di lavoro il dispensario aperto inizialmente si è trasformato in un ospedale con 100 posti letto, il Bishop C. Asili Hospital di Luweero.
E’ stato naturale far confluire il progetto di Ernestina in quello di Dona Un Sorriso. I presupposti c’erano tutti. L’ospedale è africano sin dal midollo, cioè voluto e gestito esclusivamente da africani. L’inserimento nel contesto locale è perfetto, il lavoro è svolto con serietà, i progetti sono a forte impatto sociale. Detto in altri termini, si punta da sempre ad iniziative che rispondano ai bisogni, portando però ad un cambiamento.
Di iniziative di questo genere ne abbiamo viste molte e molte le abbiamo appoggiate.

Ormai dal 2007 paghiamo lo stipendio del medico chirurgo. Il motivo per cui l’abbiamo fatto non è solo perché senza di lui le donne che dovevano partorire con taglio cesareo erano destinate a morte certa (già questo era un gran bel motivo), ma anche perché all’epoca il virus HIV/AIDS si aggirava con il suo grande manto nero e la sua falce a Luweero e nei villaggi limitrofi. I farmaci antiretrovirali Ernestina li aveva trovati, ma per somministrarli era necessaria la presenza di un medico laureato, mentre fino ad allora le suore si erano arrangiate con la loro formazione di infermiere.
Da lì in poi sono partiti progetti di educazione sanitaria (fatta direttamente nei villaggi) per prevenire il virus, ma anche la malaria.
Vedendo che le donne malate di AIDS non avevano la possibilità di nutrirsi adeguatamente, a causa delle limitate risorse economiche, sono stati creati piccoli laboratori per produzione di borse e collane, destinate alla vendita.
Si è pensato di migliorare le condizioni di sussistenza nei villaggi, con formazione all’allevamento e all’agricoltura, prevedendo anche forme di micro-credito.
Ora l’attenzione si è focalizzata sui minori orfani di uno o entrambi i genitori. Per salvarli da povertà e sfruttamento certo (di tutti i tipi), l’ospedale ne prende in carico un po’ (in base alle disponibilità) e li manda a scuola, perché possano apprendere un lavoro e rendersi autonomi economicamente una volta terminato il corso di formazione.
Per realizzare tutto questo Ernestina non è sola. Ha costruito intorno a sé un’equipe di medici e professionisti che ha a cuore la propria gente. Si lavora insieme.
So che altri come me apprezzano molto questa donna per il modo un cui lei è e per quello che sta facendo per il suo paese. E questo è il motivo per cui la nostra associazione ha lei tra i suoi partner.